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Ricetta: La Maiasa di Gromo, il dolce rituale del Venerdì Santo

Scopri la Maiasa di Gromo, il dolce tradizionale del Venerdì Santo: storia, rito religioso e identità del borgo bergamasco.

By redazione Aggiornato: 2 Maggio 2026 3 min di lettura

Nel borgo medievale di Gromo, incastonato tra le montagne della Val Seriana, il Venerdì Santo non è solo un momento di profonda spiritualità, ma anche il giorno in cui la tradizione passa dalla chiesa alla tavola. Qui, da tempi antichi, si mangia un solo piatto simbolico: la Maiasa. Una preparazione semplice e sorprendente, che segna la fine della Quaresima e accompagna uno dei riti più intensi e suggestivi della comunità.

Questa specialità, davvero singolare, nasce dall’unione di ingredienti poveri e locali: farina bianca e farina gialla, cipolle, fichi secchi e, secondo alcune consuetudini, anche mele. Il tutto viene condito con olio e cotto lentamente in forno. Mangiare la Maiasa significa, simbolicamente, annunciare che il tempo delle privazioni è finito. È un gesto semplice ma carico di significato, che lega il cibo al calendario liturgico e al ritmo della vita contadina.

La Processione del Venerdì Santo a Gromo

La Maiasa è indissolubilmente legata alla tradizionale Processione del Venerdì Santo, una cerimonia di grande suggestione che coinvolge l’intero paese e culmina nella funzione serale.

Ad aprire la processione è un crocifisso ligneo cinquecentesco della bottega di Pietro Bussolo, seguito dalla statua del Cristo Morto, opera di Grazioso Fantoni il Vecchio, portata in spalla dai trentatreenni del paese. Il corteo si snoda lungo la via principale, accompagnato dal suono mesto delle marce funebri del corpo musicale, tra finestre e muri illuminati e parati a lutto.

Sui prati circostanti e sulle pietre del fiume Serio vengono accesi piccoli falò realizzati con stracci imbevuti di olio, mentre un antico manufatto in ferro battuto raffigurante i simboli della Passione viene illuminato con gusci di lumaca colmi d’olio. Luci, canti e silenzi creano un’atmosfera intensa e quasi irreale, capace di trasmettere un profondo senso di misticismo collettivo.


Ingredienti

500 g di farina bianca
Una manciata di farina gialla (a piacere)
150 g di zucchero
400 g di fichi secchi
½ litro di latte
25 g di lievito di birra
Sale q.b.
½ bicchiere di olio di oliva o di semi
2 uova intere
½ porro
½ cipolla

Preparazione

Si fa rosolare delicatamente il porro e la cipolla con un po’ d’olio, lasciandoli poi raffreddare. In una terrina si impastano farina, zucchero, latte, uova e lievito sciolto in poco latte tiepido, fino a ottenere un composto morbido. Dopo una prima lievitazione di circa 45 minuti, si aggiungono i fichi secchi tagliati a piccoli pezzi, l’olio e il soffritto di cipolla e porro.

L’impasto viene quindi trasferito in una tortiera oleata e cosparsa, a piacere, di farina gialla. Dopo una seconda lievitazione di altri 45 minuti, la Maiasa cuoce in forno già caldo a 200°C per circa un’ora.


Quando si prepara

La Maiasa è un piatto rituale, legato esclusivamente al Venerdì Santo. Non è una ricetta da riproporre in altri momenti dell’anno: il suo valore sta proprio nell’attesa e nel legame profondo con questo giorno di passaggio e riflessione.

Un dolce che unisce rito, comunità e memoria

La Maiasa non è solo una specialità gastronomica, ma un gesto collettivo che unisce fede, tradizione e identità. Prepararla e consumarla nel giorno del Venerdì Santo significa rinnovare un patto silenzioso tra passato e presente, tra il borgo di Gromo e la sua storia. Un cibo essenziale, carico di simboli, che continua a raccontare la forza delle tradizioni vissute insieme.

Ph. Angelo Galani

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