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Casa Museo Osvaldo Licini

Cosa vedere a Monte Vidon Corrado, Fermo, Marche


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Qui i genitori da bambino l’avevano lasciato alle cure del nonno paterno Filippo una volta trasferitisi a Parigi, tenendo con loro la sorella Esmeralda nata due anni dopo di Osvaldo nella ville lumiere. Poi la frequentazione dell’accademia a Bologna e Firenze, la tragica parentesi della grande guerra, gli anni trascorsi facendo la spola tra l’elettrizzante ambiente artistico parigino delle avanguardie, la solarità matissiana della Costa Azzurra e la profonda quiete fermana. Nella casa di famiglia tornerà definitivamente nel 1926 portando con sé la pittrice svedese Nanny Hellström, conosciuta a Parigi, per sposarla proprio in quell’anno e condividere con lei l’isolamento su quel “cocuzzolo, da dove ogni sera vediamo calare il sole” (lettera alla gallerista milanese Maria Cernuschi Ghiringhelli del 1944).

Qui Licini compie interamente, salvo i viaggi in Francia e in Svezia, il suo percorso artistico fino al 1958 quando, accolto da una grande festa con la banda, torna a Monte Vidon Corrado dopo aver ricevuto l’alto riconoscimento internazionale alla Biennale di Venezia. Qualche mese più tardi, l’11 ottobre, nella sua camera dipinta in stile costruttivista, lascerà le vita terrena, spiccando definitivamente il volo verso quell’infinito al quale tutta la sua arte era stata protesa.

In cima al piccolo borgo, la casa museo è una dimora padronale settecentesca strutturata su tre livelli: estremamente suggestiva è la cantina con volte in laterizio, dove Licini preparava personalmente i colori e dove si dice che tenesse le riunioni politiche, lui che dal 1946 al 1956 era stato sindaco del suo paese con la lista “Spiga di Grano”. Al secondo livello vi è la zona giorno che comprende un’ampia sala molto luminosa dove ultimava le opere, avendo modo di osservarle da lontano e dove poi le conservava. La cucina, così come il bagno al piano superiore, presentano nell’arredo e nell’organizzazione dello spazio una grande modernità probabilmente dettata dal gusto nordico di Nanny. In una lettera all’amico Checco del 1932 Licini parla di mobili che erano stati sdoganati al porto di Ancona: probabilmente erano stati acquistati durante il viaggio in Svezia avvenuto tra l’estate e l’autunno del ’31. Nella cucina sono esposti due sportelli lignei appartenuti ad una credenza e dipinti dall’artista con un fiore ed un cavallo stilizzati, di matissiana memoria, prestati dalla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Ascoli Piceno.

Di fronte alla cucina la dispensa e poi il soggiorno, con i mobili scuri intagliati di provenienza svedese, il salotto fatto restaurare e donato da Caterina Celi Hellström al Comune come tutti gli arredi nella casa. Alle pareti sono esposti due dipinti donati al Comune di Monte Vidon Corrado da Silvia Poli Licini e Lorenzo Licini in memoria di Paolo Licini, figlio di Osvaldo e Beatrice Müller. “Ritratto della madre” del 1922 è un olio e doveva essere particolarmente caro a Licini che lo conservava nel soggiorno della sua casa - dove ora è stato ricollocato - come testimoniano le foto d’epoca. È un ritratto a mezzo busto, come altri che il pittore realizzò nei primi anni Venti, quando si divideva tra l’insegnamento alle scuole tecniche di Fermo e i lunghi soggiorni a Parigi e in Costa Azzurra. Con una pienezza delle forme di ascendenza novecentista, Licini rappresenta la madre, i grandi occhi a mandorla abbassati, intenta a sistemare un delicato vasetto di mughetti, riferimento alla tradizione francese di donare questo fiore il 1° maggio come simbolo della primavera. La pennellata è ampia e fluida, il cromatismo è armonico ed essenziale.

Del 1927 con interventi successivi, come usava fare Licini, è il suggestivo “Paesaggio”, una veduta delle colline marchigiane, resa attraverso l’espressiva, incisiva linea di matissiana memoria, con uno straordinario senso della sintesi: l’albero frondoso, la casa solitaria, un figurativismo che si stava avviando verso l’astrazione degli anni Trenta. Salendo le scale elicoidali, alzando lo sguardo al soffitto, si ammira la pittura murale realizzata da Licini alla metà degli anni Quaranta sui toni freddi dell’azzurro e del grigio, in cui le linee sinuose evocano traiettorie astrali in uno spazio selenico. Pare che Licini abbia ideato il dipinto per coprire la stuccatura di alcune crepe provocate dal sisma del 3 ottobre 1943: “Non saprete certo che il terremoto del tre ottobre ha danneggiato in parte la nostra casa, che ancora non abbiamo potuto riparare” scrive nella primavera del 1944 a Maria Cernuschi Ghiringhelli. Sul terzo livello vi è la zona notte e lo studio con i cavalletti, i colori, i pennelli, i manifesti di mostre, la scrivania incrostata di impasti cromatici così come il davanzale dell’ampia finestra, il lettino dove l’artista spesso dipingeva semi-sdraiato per far riposare la gamba ferita sul Podgora durante la prima guerra mondiale.

Questo è il piano più luminoso, con molte finestre aperte sul paesaggio collinare. Dalle lettere apprendiamo il gusto particolare con cui Osvaldo e la consorte Nanny guardavano allo spettacolo della natura: “Adesso guardiamo dalle finestre crescere la primavera e i cambiamenti rapidi del cielo e dei verdi, e ci divertiamo come a teatro” scrive a Felice Catalini nel 1932. La camera di Licini è in stile costruttivista, sulla parete a cui è addossato il letto c’è un’Archipittura giocata su di un modulo triangolare bianco, profilato di arancio su fondo nero, con al centro un quadretto della Madonna. Queste conservate nella casa sono le uniche pitture su muro realizzate da Licini. Nella camera di Caterina sono esposte per la prima volta alcune opere di Nanny: tre dipinti e alcune prove giovanili di stampe d’arte datate tra il 1915 e il 1918. Originaria di Göteborg e di famiglia benestante, la pittrice svedese aveva studiato disegno e pittura presso la scuola di Belle Arti di Valand e poi a Parigi alla Academie Julian e l’Acadèmie de la Grande Chaumière, prendendo anche lezioni private da André Lhote. Donna colta ed energica parlava oltre alle lingue scandinave e all’italiano, il francese ed il tedesco: a Monte Vidon Corrado la chiamavano “la signora” e raccontano che era sempre disponibile ad aiutare chi era in difficoltà. Nella casa marchigiana Nanny portò oltre a diversi mobili anche molti oggetti dalla Svezia: i cavallini colorati (Dalahäst) sulla spalliera del letto, cofanetti lignei, il modellino della sua casa natale, tazze, brocche, bottiglie, candelieri, foto di famiglia.

Salendo una scala di legno (non accessibile al pubblico) si giunge, attraverso una botola, alla soffitta e da qui ad un’altana da cui si dominano le colline solcate dalle geometrie degli appezzamenti agricoli, fino ai Sibillini che si stagliano all’orizzonte, e ci si sente quasi sopraffatti dall’immensità della volta celeste, entrando così in sintonia con il processo creativo di Licini. La casa museo e soprattutto lo spazio della cantina, ospitano sia mostre storiche su Licini e l’arte del Novecento, sia esposizioni di arte contemporanea.

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