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e-borghi travel 46, Speciale borghi delle invenzioni: Borghi del gusto: Invenzioni… gastronomiche

La cucina, quella italiana in particolar modo, è forse l’ambito nel quale non si finisce mai di inventare: ricette che diventeranno grandi classici, abbinamenti insoliti che diventeranno must, piatti destinati a entrare nella tradizione. Dalla pizza alle lasagne, dal caffè al cannolo, dietro a ogni pietanza che assaporiamo c’è una storia da raccontare e, a volte, anche una diatriba secolare mai risolta. È il caso delle lasagne, per esempio, reclamate da Bologna (con ricetta duecentesca) e da Napoli, dove se ne trova traccia a partire dal Seicento. O ancora, della ghiottissima Parmigiana di melanzane: in questo caso sono addirittura tre le località che se ne contendono i natali: Sicilia, Campania e Parma; se l’etimologia del nome potrebbe far pensare a Parma in primis, gli ingredienti richiamano maggiormente i gusti del Sud, della Sicilia in particolare dove, guarda caso, le aste della persiana – che ricordano la disposizione delle fette di melanzana nella teglia – si chiamavano “parmiciane”. Avventuriamoci allora, in un viaggio che va di borgo in borgo ma anche di tavola in tavola.

Omegna: la città di Bialetti

Iniziamo il nostro tour da una delle abitudini alle quali quasi nessun italiano potrebbe rinunciare, quella di bere un bel caffè appena sveglio. E se anche oggi ci sono vari “dispositivi” – George Clooney docet – il risveglio italiano è associato, oltre che al profumo intenso, al gorgoglio della caffettiera che annuncia che il prezioso oro nero è pronto per essere bevuto. Già la caffettiera, un oggetto dal design curioso e imitatissimo in tutto il mondo. Non stupisce che l’inventore sia proprio quell’Alfonso Bialetti il cui nome è ancora oggi sinonimo della moka: correva l’anno 1933 e Bialetti ebbe la geniale intuizione guardando la moglie lavare i panni con la “lisciveuse”, un grosso pentolone dotato di un tubo cavo che si metteva sul fuoco finché l’acqua al suo interno non bolliva e saliva diventando un tutt’uno con la lisciva, l’allora detersivo. Il tutto succedeva a Omegna, graziosissimo borgo affacciato sul Lago d’Orta dalle origini antichissime e dal territorio impreziosito da chiese, palazzetti nobiliari – bellissimi quelli di Via del Butèr –, ponti romani, incisioni rupestri e persino una mummia settecentesca. E non poteva mancare anche un museo dedicato a un altro cittadino famoso di Omegna, Gianni Rodari, con tanto di escape room ispirata alle sue favole.

Caltanissetta: il cannolo è nato qui

Facciamo un salto geografico di un migliaio di chilometri e approdiamo in Sicilia e precisamente a Caltanissetta, per scoprire le origini di uno dei dolci italiani più famosi al mondo, il cannolo. Anche in questo caso le leggende sulla sua origine si sprecano, da chi lo vuole nato come scherzo goliardico in vista del carnevale a chi lo fa risalire a un’antica ricetta romana – in effetti Cicerone, nel 70 a.C., durante un suo viaggio in Sicilia assaggia un “Tubus farinarius dulcissimo edulio ex lacte fartus”, ovvero un tubo di farina ripieno di morbida crema di latte. L’ipotesi più accreditata, tuttavia, è che, nella sua forma attuale, sia stato inventato a Caltanissetta in epoca medievale, dalle suore di clausura di un monastero secondo alcune fonti, dalle donne dei numerosi harem della città per altri (una curiosità: il nome della città viene dall’arabo Qualat-an-Nisa, il castello delle donne). Passeggiando per il centro della città, ci si accorgerà come “l’ombelico della Sicilia” racconti nei suoi lasciti architettonici proprio di tutte le dominazioni che vi sono passate: dai Romani ai Nisseni, dai Greci agli Arabi ai Normanni. Tra i must da non perdere, i resti del castello saraceno e il ricco Museo Archeologico.

Genova, dove sono nate le “penne”

Ritorniamo al nord per una storia che, per una volta, non ha contorni offuscati ma ha una data certa: 11 marzo 1865. In quel giorno, Giovanni Battista Capurro, un produttore di pasta di San Martino d’Albaro – allora borgo autonomo oggi inglobato nella splendida Genova –, brevettò una macchina di sua invenzione che permetteva di tagliare la pasta fresca senza schiacciarla, producendo tanti “tubicini” regolari di una dimensione variabile, da tre centimetri – quelle che oggi chiamiamo mezze penne – a cinque centimetri, le penne vere e proprie. Il nome della pasta, ça va sans dire, deriva dal fatto che la forma ricorda quella dei pennini usati all’epoca. Oggi le prelibatezze gastronomiche di Genova sono altre – il pesto in primis, ma anche pansotti alle noci e trofie, per restare in tema di pasta – da assaggiare non prima di essersi persi nelle animate viuzze del centro storico o essere rimasti a bocca aperta dalla sontuosità dei cinquecenteschi palazzi dei Rolli, protetti dall’Unesco, o ancora aver “respirato” il mare dal meraviglioso Porto Antico, ristrutturato dall’archistar Renzo Piano.

di Simona PK Daviddi

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