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e-borghi travel 20, Speciale rievocazioni e tradizioni: Tradizioni italiane, riti del tempo

Non c’è riuscito il tempo e non ci riuscirà neppure il Covid-19 a offuscare quelle che sono le innumerevoli tradizioni che animano il Belpaese. Eventi che hanno segnato e continuano a segnare la storia delle nostre città e dei nostri borghi, siano essi tra i monti, sulle rive del mare, tra le colline e lungo i fiumi. Eventi che da anni si rinnovano tra colori e profumi, usanze e abiti, atmosfere e suggestioni. Da nord a sud, da ovest a est, le tradizioni italiane sono elemento fondamentale di quell’universo che si chiama cultura, di quella moltitudine di dettagli che rendono un popolo unico, inimitabile.

Tra le tradizioni della nostra Italia ne abbiamo scelte tre, tanto differenti tra loro quanto singolari e straordinariamente suggestive. La prima che andiamo a raccontarvi si svolge nel cuore delle Alpi, ai confini con la Svizzera. La seconda sulle rive dell’Adriatico, in una delle capitali della Romagna. La terza nell’estremo sud d’Italia, nel cuore del Salento e a due passi da Lecce.

Suggestioni napoleoniche

Al mistero, alla storia e alla particolare stravaganza, si unisce la neve, che tra gennaio e febbraio nella valle del Gran San Bernardo, in Valle d’Aosta, è una costante. Lo storico carnevale della Coumba Freida, così com’è chiamata questa valle a nord di Aosta, la più gelida della regione alpina, coinvolge tutta la valle. Dal borgo di Allein a quello di Doues, da Saint-Rhémy-en-Bosses a Saint-Oyen, da Etroubles a Gignod, gli antichi riti di questo carnevale si rinnovano ogni anno all’ombra della sagoma del Grand Combin, tra la pittoresca processione di maschere coloratissime che, di casa in casa, nei vari borghi, regala canti, balli e riti propiziatori di buona fortuna. Assoluta protagonista del carnevale è la Landzette, la maschera raffigurante in maniera caricaturale le uniformi militari napoleoniche. E proprio al passaggio delle truppe napoleoniche nella valle nel maggio dell’Ottocento - durante la Campagna d’Italia - viene fatto risalire da molti questo carnevale, mentre altri ne collocano la nascita addirittura nel 1467. A Napoleone, che apre il corteo, si uniscono, tra gli altri, la guida - che porta la bandiera -, il diavolo, arlecchini e signorine, il matto e la matta, anziani straccioni in abito da sposi, poi l’orso e il suo domatore, e i figuranti di più recente apparizione, il medico, l’infermiere e il parroco.  

Sipario marinaro

C’è tutto quanto lega Cesenatico al mare nello storico Presepe della Marineria.
Ci sono le suggestioni dell’acqua, le atmosfere invernali e le mille luci della città e delle sue barche a regalare tanta poesia a uno dei centri più pittoreschi e animati durante l’estate della riviera romagnola. Sono le barche della Sezione Galleggiante del Museo della Marineria il scintillante palcoscenico del Presepe della Marineria, uno scenario magico che dal 1986 s’arricchisce di statue scolpite e di scorci ispirati alla gente comune di un borgo di pescatori che, attraverso le loro scene di vita quotidiana raccontano la vita di una città. Tra i burattinai e i falegnami, i pescatori e la pescivendola, la donna con le piadine, i bambini e i musicisti e ancora chi rammenda le reti e chi conduce le imbarcazioni, gli scenari si susseguono tra arte e un’atmosfera unica. Un’atmosfera resa magica dalle luci che illuminano le barche e si riflettono nelle acque del canale, esaltando la bellezza delle statue, a grandezza naturale, con i volti, le mani, i piedi scolpiti in legno di cirmolo, e gli abiti drappeggiati realizzati in tela irrigidita dalla cera pennellata a caldo su strutture create con la rete metallica. E’ il Porto Canale Leonardesco la platea privilegiata sul Presepe della Marineria. Qui, dopo il tramonto, dalla prima domenica di dicembre all’Epifania, lo spettacolo torna, come ogni anno, a incantare.

Fuoco antico

E’ un fuoco che incanta, che toglie il fiato. Un falò gigantesco, di oltre venti metri d’altezza, il più grande del Mediterraneo, al quale accorrono migliaia di pellegrini e turisti. Un culto che affonda le sue radici nel 1664, quando il vescovo Pappacoda dichiarò ufficialmente Sant’Antonio Abate protettore del borgo salentino in provincia di Lecce. Fu da quel momento che il centro del leccese divenne teatro di un rito sentitissimo in tutto il Salento, dove usanze, storia e religione si fondono in quella che è la festa del fuoco di Novoli. Al falò di un tempo, formato da fascine di tralci di vite recuperati dalla rimonta dei vigneti, realizzato dai maestri (i pignunai), gli unici a conoscere la tecnica di costruzione del falò, si unisce la costruzione della Fòcara di oggi alla quale partecipano un centinaio di persone. Persone tutte in piedi sui pioli delle scale, utilizzate per trasportare i fasci fino alla cima dove questi ultimi vengono sistemati per bene. Proprio in cima viene poi posta la bandiera artistica raffigurante un Santo che, il giorno del grande falò, viene arsa con tutto il resto.   

Tra i riti più carichi di suggestione del meridione italiano, la Fòcara di Novoli del 16 gennaio è un momento dove al grande coinvolgimento emotivo di chi vi assiste si uniscono gli antichi valori dell’amore e della condivisione oltre a tanto, tanto calore.

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