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Io non mi chiamo Miriam


Lunedì 20 febbraio 2017

«Era una città del tutto priva di macerie. Praticamente appena costruita. Mai bombardata. Una città così pacifica, sicura e agiata da potersi permettere di tenere i lampioni accesi tutta la notte. Una città così moderna che in alcune cucine c’era il frigorifero e l’acqua calda usciva direttamente dal rubinetto».

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Io non mi chiamo Miriam

Il contrasto, e insieme il sottile, inquietante legame, tra la vita di una ragazzina nel lager e quella della stessa da grande, prima sopravvissuta e poi ben inserita signora nella società svedese, è il filo rosso di «Io non mi chiamo Miriam», di una scrittrice e drammaturga molto nota in Svezia per la sua attenzione a temi sociali come la povertà nelle società opulente o la prostituzione infantile nel Terzo Mondo. «Io non mi chiamo Miriam» è la frase che di colpo un’elegante signora svedese pronuncia il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. È quello il momento per rivelare alla sua giovane nipote una verità tenuta nascosta per settant’anni: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l’Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. «Io non mi chiamo Miriam» riesce a trasmettere la paura e la forza di una persona sola al mondo, costretta nel lager come per il resto della vita a tacere, fingere e stare all’erta, a soppesare ogni sguardo senza mai potersi fidare di nessuno, a soffocare i ricordi, i rimorsi, il dolore per gli affetti perduti. Consumato dalla denutrizione, finito nelle grinfie di Mengele, il fratellino Didi non avrà buona sorte, finirà vittima del lager. Come sopravvivere a questi ricordi? «Per due ore Malika rimase dritta e immobile nel gelo di febbraio guardandosi intorno in cerca del fratellino, mentre un ufficiale delle SS sceglieva con estrema lentezza gli uomini da impiccare più tardi quella stessa sera. Perché dovevano essere impiccati? Domanda stupida. Una domanda con cui non voleva avere niente a che fare. I tedeschi impiccavano la gente. Punto».

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