Nel borgo molisano, in onore di San Giuseppe, si preparano per l’occasione numerose pietanze e il simbolo principale è proprio il Calzone.
 
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Ricetta: Il Calzone di San Giuseppe a Riccia

Fri, 23 Mar 2018
Ricetta: Il Calzone di San Giuseppe a Riccia

Il calzone di Riccia, detto “cavezone” che significa appunto calzone, è il dolce tipico della Festa di San Giuseppe. L’impasto è molto delicato e il ripieno è particolarmente vellutato. La sua particolarità sta nella farcitura, composta da: ceci, miele e/o zucchero ed essenza di cannella o di vaniglia o di cedro.

Ingredienti

(Per 100 pezzi)
Per la sfoglia:
• 2 kg di farina di grano tenero;
• 1 uovo;
• Strutto q.b.
• Acqua q.b.
• Pizzico di sale

Per il ripieno:
• 1 kg di ceci;
• Miele e/o Zucchero q.b.
• Essenza di cannella o di vaniglia o di cedro q.b.

Procedimento

Per la sfoglia: Iniziamo versando la farina su una spianatoia e lavoriamola con acqua, uovo e sale fino ad ottenere un composto di media durezza. Successivamente iniziamo a stendere la sfoglia, con l’aiuto di un mattarello o con la sfogliatrice, creando due sfoglie molto velate e che andremo a ungere manualmente di strutto.
Dividiamo la sfoglia a strisce sottili e sovrapponiamole facendo combaciare quella unta rivolta in superfice. Arrotoliamole su loro stesse, continuando ad ungerle, fino a formare dei dischi e poi lasciamoli riposare avvolgendoli in un canovaccio. Una volta riposati, riprendiamo i dischi e iniziamo a stenderli nuovamente, formando delle sfoglie poco meno di 1 centimetro.
Per il ripieno: Mettiamo a mollo i ceci circa 1 giorno e mezzo prima; laviamoli bene e cuociamoli con un pizzico di sale. Una volta cotti, togliamoli dal fuoco, scoliamoli poco alla volta e iniziamo a sbucciarli. Tolta la buccia iniziamo a schiacciare i ceci, ottenendo un composto morbido e compatto e uniamo all’impasto il miele e/o lo zucchero e l’essenza di cannella o di vaniglia o di cedro.
Ritagliamo le sfoglie, con un attrezzo idoneo, formando dei cerchi, con un diametro di circa 10 centimetri. Adagiamo su ogni metà dei cerchi il ripieno e chiudiamoli formando delle mezze lune.
Per la cottura è necessario friggerli, quindi riscaldiamo l’olio e dopodiché deponiamo i calzoni, lasciandoli cuocere fino ad ottenere una doratura. Una volta cotti, lasciamoli asciugare su una carta assorbente e dopodiché guistiamoci questa delizia.

Foto di Noisiamofuturo

Eventi a Riccia

  • Festa della Madonna del Carmine
    16-07-2019 | Riccia (CB)
    Ricorrenze religiose

    Aggiungi al tuo calendario 2019-07-16 2019-07-16 Europe/Rome Festa della Madonna del Carmine Il culto della Madonna si è sviluppato largamente a partire dal Concilio di Efeso e trova il suo fondamento nel fatto che Maria è la madre di Dio che ha preso parte ai misteri di Gesù insignita di somma santità. Riccia dedicò a Lei la sua prima chiesa, quella che porta il nome del Beato Stefano, innalzata tra il quarto e il quinto secolo dal primo nucleo di cristiani. A giudizio di Berengario Amorosa, il culto della Madonna del Carmine cominciò a Riccia nel 1535, mentre Mons. Nicola Fanelli ritiene che fu conseguenza dell’arrivo a Napoli dell’icona della Madonna Bruna nel 1229, quando i Carmelitani si sparsero nel Regno e proprio Riccia ebbe una loro rappresentanza, che non fece altro che accrescere il culto popolare della Madonna del Carmine e durò fino alla soppressione dei piccoli conventi decretata da Innocenzo X il 16 agosto 1653. Senz'alcun dubbio, Riccia è una città mariana, privilegiata per le sue chiese dedicate all'Immacolata, all'Annunziata, all'Assunta e alla Madonna del Rosario, al Carmine e alla Madonna di Montevergine. La venerazione offerta alla Madre di Dio promuove il recarsi al Santuario cittadino per l'omaggio della propria fede, e l'intervento ai riti, specie nel mese di maggio, attesta la partecipazione piena e attiva della gente alle celebrazioni liturgiche. Le tre processioni mostrano indiscutibili radici popolari, anche se non si conoscono con precisione le date di inizio di questi cortei di particolare predilezione per la Vergine. Attualmente le tre processioni si muovono la prima la domenica precedente l'inizio del novenario e porta a spalla la splendida statua dal Carmine alla Chiesa madre, dove si svolgono le cerimonie in preparazione della solenne festa del 16 luglio. Nell'abside, dietro l'altare, viene esposta la statua della Madonna, posta sulla nuvola angelica, con un'espressione dolce e consolatoria, che coniuga insieme maternità e solennità, bellezza santa e vicinanza affettiva per la naturalezza dell'atteggiamento di portare sul braccio sinistro il piccolo Bimbo. In passato il simulacro, rigorosamente rivestito di monili aurei, veniva accompagnato dalle statue di Santi usciti dalle loro chiese e in piazza si assisteva all'elemento pittoresco del volo dell'Angelo, un bambino che tributava un saluto alla Madonna in sosta. Nella mattinata del 17 luglio la statua della Madonna rientra nella sua abituale dimora. Riccia

    Il culto della Madonna si è sviluppato largamente a partire dal Concilio di Efeso e trova il suo fondamento nel fatto che Maria è la madre di Dio che ha preso parte ai misteri di Gesù insignita di somma...

    Borgo di Riccia

  • Sagra dell'Uva
    08-09-2019 | Riccia (CB)
    Sagre

    Aggiungi al tuo calendario 2019-09-08 2019-09-08 Europe/Rome Sagra dell'Uva La Sagra dell’Uva di Riccia ha origini negli inizi degli anni trenta, a testimonianza dell’impegno e del sacrificio di molti riccesi che, grazie ad essa, hanno raccontato di questa piacevole terra e della sua gente. Riccia è infatti l’unico borgo del Molise che ancora conserva intatta la suggestiva tradizione della Festa dell’Uva, organizzata nel passato anche in altri borghi molisani. La celebrazione della vendemmia cade in concomitanza con la festività della Madonna del SS. Rosario. La festa diventa subito spettacolo tra le strade del paese con giovani e giovanissime che ballano con costumi folcloristici mostrando cesti pieni di uva e distribuendo dell’ottimo vino rosso autoctono, il cui vitigno, oggi, sembra quasi essere del tutto scomparso: 'a saibell. Un vino così scuro da lasciare sulla bocca e nel bicchiere il rosso intenso e profumato del proprio carattere. La vera innovazione della festa arriva sul finire degli anni ’60 quando diventa a tutti gli effetti una sagra, con l’allestimento dei carri allegorici a sfilare per le strade cittadine, che diventano così protagonisti e motivo predominante. Il Carro dell’Uva diviene una piccola opera d'arte, realizzata con chicchi di uva che vengono pazientemente incollati uno ad uno e selezionati per grandezza e sfumatura di colore per realizzare l’effetto policromo. Il Carro diventa il simbolo del duro lavoro nei campi, con la rappresentazione di scene di vita contadina abilmente ricostruite, nella cornice fatta di mezzi e di strumenti della civiltà rurale di un tempo e non più in uso; lo stesso si trasforma in generoso e complice traguardo per tutti coloro che si accalcano nella fiumana di gente pronta e desiderosa di ricevere un assaggio dei tanti prodotti tipici della campagna riccese: dai grappoli di uva alla piacevole carne sulla brace, dai piatti colmi di cavatelli al sugo di salsiccia alla pizza di grano duro. Tutti preparati come si faceva una volta. E, naturalmente, l’intenso e prelibato vino locale. Ed infine il carro si atteggia all’originalità del presente, alla trasgressione e all’ironia alternativa dei più giovani che vogliono entrare nella tradizione popolare con le proprie immedesimazioni. Diversi sono infatti i carri ritenuti “fuori tema” che sfilano ogni anno, ma che comunque conquistano per simpatia e genuina teatralità. Il lungo corteo è aperto da gruppi folcloristici, sbandieratori, majorettes, e, in alcuni anni, anche pistonieri. I balli al seguito dei carri coinvolge gran parte della gente, proveniente da tutta la regione e anche da quelle limitrofe, in particolare giovani e ragazze che si lasciano volentieri trasportare dalle antiche tradizioni popolari; i canti poi, quelli che si facevano nei campi e che riecheggiavano nelle contrade cittadine al tempo dei raccolti, sono eseguiti oggi con gli strumenti di allora, la fisarmonica e l’organetto. Riccia

    La Sagra dell’Uva di Riccia ha origini negli inizi degli anni trenta, a testimonianza dell’impegno e del sacrificio di molti riccesi che, grazie ad essa, hanno raccontato di questa piacevole terra...

    Borgo di Riccia | Scopri di più

  • Festa di San Giuseppe
    19-03-2020 | Riccia (CB)
    Ricorrenze religiose

    Aggiungi al tuo calendario 2020-03-19 2020-03-19 Europe/Rome Festa di San Giuseppe Nei giorni precedenti il 19 marzo è tutto un viavai di donne indaffarate che si spostano tra le diverse abitazioni di parenti e vicine di casa e che aiutano e intervengono attivamente nella preparazione di una festa della quale, più delle altre, si avverte l'approssimarsi dai profumi che si diffondono dalle cucine. Il culto del santo ebbe una progressiva diffusione in Italia dopo il X secolo. Nel 1470 Papa Sisto IV lo inseriva ufficialmente nella liturgia, consacrandogli il diciannovesimo giorno di marzo, ma solo con l'Ottocento la sua importanza poteva dirsi completamente riconosciuta. Nel 1870, infatti, San Giuseppe veniva dichiarato patrono della Chiesa universale. Il primo altare a Riccia in suo nome, consacrato nella chiesa dell’Annunziata, porta la data del 1883. Il Brunetti, con un suo dipinto del 1690, lo vede ritratto, insieme ad altre figure e con il suo emblematico bastone fiorito, alle spalle dell'altare maggiore della chiesa dell'Immacolata Concezione, già cappella del soppresso Convento dei Cappuccini, in Piazza Umberto I. San Giuseppe è il Santo per eccellenza della pietas popolare, assunto a modello dalle classi più povere e padre che nutre e protegge la famiglia. Lo stesso, è stato rivestito di volta in volta di tutte le principali virtù tra cui spiccano quelle della solidarietà e dell'ospitalità. Proprio per rimarcare l'importanza di queste ultime doti cristiane sono nati e si sono sviluppati un po' su tutto il territorio nazionale, ed in maniera particolare nel Meridione, diversi riti, legati all'offerta e al consumo di cibo, fatti propri soprattutto dalle classi contadine ed artigiane. A Riccia, tale devozione, è nata da una leggenda tramandata ancora oggi: un uomo vecchio e povero girava di paese in paese chiedendo ricovero, ma tutti glielo negavano. Giunto proprio a Riccia, una di queste porte, finalmente, si apre, ed il proprietario, seppure non benestante, divise con il poveretto quel poco che aveva di ceci, fagioli e fave. Il popolo riccese non tardò a riconoscere in questo viandante il falegname di Nazareth, dando così inizio alla tradizione. Il rito è affidato alla spontaneità dei singoli nuclei familiari che provvedono ad invitare tre persone, rappresentanti la Sacra Famiglia, a cui offrono un accurato e raffinato banchetto. In genere, alcuni giorni prima nelle case di chi svolge la festa vengono allestiti degli altarini con l'immagine del santo. Nelle famiglie dove ancora resistono marcate caratteristiche penitenziali la padrona di casa, o l'intero nucleo familiare, osserva nei sette mercoledì precedenti il 19 marzo uno stretto regime alimentare, non mangiando assolutamente carne. Il pranzo offerto agli ospiti e alla Sacra famiglia, impersonata da un uomo sposato (il San Giuseppe), da una donna celibe o nubile (la Madonna) e da un giovane non sposato (il Bambino) è generalmente di magro, detto di scàmpere. Le pietanze servite sono in numero variabile da 13 a 19. Prima dell'inizio del banchetto vengono recitate in ginocchio alcune preghiere, in genere le sette allegrezze, e poi, seduti a tavola, viene passato tra i presenti il primo bicchiere di vino ed il primo pezzo di pane che tutti i commensali devono assaggiare rigorosamente dopo i “santi”. A servire è la padrona di casa, anticamente scalza, aiutata in genere dalle figlie, che non partecipa però al convito, e non siede neppure nella stessa tavola dei santi. Gli alimenti sono quelli della cucina povera: il pane, per cominciare, che si ritrova "smollicato" nei maccheroni, come ripieno nei peperoni, e ancora nel baccalà e nei cavolfiori arracanati. I legumi, ceci, fagioli, lenticchie, conditi con olio extravergine di frantoio e segno di augurio e di abbondanza. Il baccalà, dalle sapidi carni, cucinato in tanti modi. Infine, i dolci, simbolo di agiatezza: riso con il latte e spolverata di cannella; agrodolce: denso impasto di mandorle e mosto cotto; biscotto con le uova da inzuppare nel robusto vino casalingo; e… cavezune: l'espressione più alta e commovente della genialità gastronomica affinata generazione dopo generazione. Ci sono in verità tante altre pietanze e, anche, le solite distorsioni consumistiche contemporanee dimentiche del tempo di Quaresima. Terminato il lungo pranzo si recitano di nuovo le preghiere e viene offerto ai "Santi" un cesto contenente una pagnotta di pane, un assaggio delle pietanze servite e un numero dispari di cavezune. Successivamente inizia il via vai tra le abitazioni di persone, con profumati cartocci in mano che recano la consueta "devozione" ad amici e parenti. Negli anni passati erano numerosi i forestieri che aspettavano l’occasione della festa per bussare di casa in casa e riempire il proprio sacco di ogni offerta ricevuta. Riccia

    Nei giorni precedenti il 19 marzo è tutto un viavai di donne indaffarate che si spostano tra le diverse abitazioni di parenti e vicine di casa e che aiutano e intervengono attivamente nella preparazione...

    Borgo di Riccia

  • Fuochi di San Vitale
    20-04-2020 | Riccia (CB)
    Ricorrenze religiose

    Aggiungi al tuo calendario 2020-04-20 2020-04-20 Europe/Rome Fuochi di San Vitale L’accensione di fuochi o torce cerimoniali sono da considerarsi come veri e propri riti di passaggio, cerimonie che originariamente avevano il significato di rifondare il ciclo dell’anno e quindi della stessa comunità. Il fuoco, in questi casi, diventa “sacro”, e da esso dipendono la continuità e la sicurezza non solo della propria famiglia ma dell’intera collettività. Per questo va acceso in modo rituale, conservato e protetto contro le forze negative e contro ogni tipo di danno che potrebbe arrivare da nemici visibili e, a volte, anche sovrumani. Il fuoco deve perciò mantenersi puro, e per questo rinnovato ciclicamente in particolari occasioni affinché riacquisti quella sua forza e chiarezza originaria per rigenerare la sua potenza liberatoria e propiziatoria. Tutte queste caratteristiche si ritrovano anche nel rito dei Fuochi di San Vitale a Riccia, molto sentito negli anni passati, quando nelle diverse zone del centro abitato, così come nelle innumerevoli contrade, nella prima domenica di maggio venivano accesi numerosi ed abbondanti falò. Il giorno 20 aprile del 1755, come ci riferiscono le cronache locali, giungevano da Roma in solenne processione i resti di San Vitale martire. Proprio per ricordare quell'avvenimento ha avuto origine l'uso di accendere dei fuochi. Il rituale si sovrappose con facilità alla festa pagana del "Majo" che nei primi giorni di maggio soleva tenersi tra la popolazione riccese, tradizione, molto probabilmente, di origine slava, introdotta dagli Schiavoni stanziatisi fin dal VII secolo a ridosso delle mura urbane. In genere si svolgono in prossimità dei solstizi primaverili ed invernali, nati per invocare protezione, difesa ma soprattutto a propiziare il futuro. In altri termini una funzione purificatrice delle fiamme, che allontanano tutto ciò che non è considerato sacro. Intorno al falò, inoltre, si invoca la buona annata, ci si sfida a saltare i carboni ardenti, si sta tutti insieme ridendo, scherzando e, soprattutto, cantando. Così è stato anche per i fuochi di San Vitale a Riccia. Riccia

    L’accensione di fuochi o torce cerimoniali sono da considerarsi come veri e propri riti di passaggio, cerimonie che originariamente avevano il significato di rifondare il ciclo dell’anno e quindi della...

    Borgo di Riccia


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