nel borgo sassarese di Castelsardo esiste una singolare grotta, la cui forma ad elefante nasconde antichi sepolcri e misteri. Scoprite quali in questo articolo.
 
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La Roccia dell’Elefante di Castelsardo e le sue ‘domus de janas’

Sun, 23 Jul 2017
La Roccia dell’Elefante di Castelsardo e le sue ‘domus de janas’

«Chi da Castelsardo percorre la via Nazionale che conduce a Sedini, d'un tratto si trova di fronte ad uno strano spettacolo. Un gigantesco elefante, tre volte più alto degli enormi mammut preistorici, par che esca dalla giungla e s'incammini verso la montagna.»

(Edoardo Benetti)

A Castelsardo, il borgo in provincia di Sassari dal quale si riesce ad abbracciare tutte le coste del golfo dell’Asinara, esiste una roccia erosa dal tempo e dal vento e domina la vallata che, scendendo a strapiombo in direzione Valledoria, arriva al livello del mare.

Si tratta della Roccia dell’Elefante, un grosso masso di roccia vulcanica (la trachite e l’andesite) dal forte color ruggine, notevolmente eroso dagli agenti atmosferici che gli hanno conferito il singolare aspetto di un pachiderma seduto. Originariamente il masso faceva parte del complesso roccioso di monte Castellazzu dal quale si distaccò rotolando a valle.

Nei documenti ufficiali la roccia era chiamata Sa Pedra Pertunta (la pietra traforata), espressione dialettale che richiamava la sua particolare conformazione. Fu poi nel 1914 lo studioso Edoardo Benetti il primo ad associare il masso ad un elefante.

Si narra che l’antica Valledoria, allora denominata Codaruina, fosse un’area molto attiva e popolosa, ma che per via di un cataclisma o di un maremoto venne sepolta e dimenticata per sempre.
A confermare questa leggenda sarebbero dei resti di conchiglie e sedimenti marini fossili presenti sulla superficie della roccia e intorno alle montagne circostanti, anch’esse ricche di testimonianze fossili di origine marina.

Di recente la Roccia dell’Elefante è entrata a fa parte della lista dei cosiddetti “oggetti fuori dal tempo”, nella quale rientrano tutti quegli oggetti, monumenti, rocce naturali o bassorilievi che non sarebbero dovuti esistere, perché il loro aspetto rappresenta qualcosa di troppo complesso da fabbricare o realizzare se rapportato all’epoca in cui hanno avuto origine.

domus de janas

Oggi la Roccia dell’Elefante, oltre a costituire un’importante attrazione turistico-paesaggistica, riveste anche una notevole rilevanza archeologica grazie alle sue due domus de janas, strutture sepolcrali preistoriche costituite da tombe scavate nella roccia tipiche della Sardegna prenuragica (il periodo precedente alla civiltà nuragica, che va dal VI millennio a.C. alla fine del III millennio a.C.).

Si presume che le camere interne siano state scavate in due momenti diversi dagli Sherdana o Sherden, una delle popolazioni facenti parte della coalizione dei popoli del mare che spesso è identificata con il popolo degli antichi Sardi, per utilizzarle come tempio rituale.

La domus superiore, la prima ad essere scavata, presenta soltanto tre vani e manca del padiglione coperto che la precedeva, probabilmente crollato insieme al prospetto della tomba.

La seconda camera, situata al di sotto, risulta invece molto ben conservata. Originariamente preceduta da un dromos, un breve corridoio in parte coperto e in parte a cielo aperto, vi si accede attraverso uno stretto portello quadrangolare e presenta quattro vani.
Particolarmente interessante è la sua protome bovina, elemento decorativo comune a diverse domus de janas, scolpita in rilievo sulla parete di una celletta. Il suo particolare stile curvilineo denota una fase artistica piuttosto evoluta e permette di far risalire la costruzione della tomba alla prima metà del III millennio a.C.

toro elefante

All’interno di entrambe le domus, inoltre, si possono notare le antiche rappresentazioni del Toro, le stesse che possiamo vedere nell’antica Creta a Cnosso, o nella vastità della Grecia, oppure negli antichi vasi rituali e di uso domestico e che, in epoca più recente, compaiono anche a Torino, da cui probabilmente la città ha preso il nome. Il toro, simbolo di forza e di vitalità, è un animale molto presente nell’iconografia dell’antichità e nelle diverse epoche ha assunto diversi significati.
Secondo voi quale misterioso significato si cela dietro alle raffigurazioni taurine di questo antico popolo sardo?

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