In questo articolo Francesco Saggese vi racconterà la storia di come un paese può provare a non morire, attraverso i racconti di chi sa cogliere la bellezza di questi posti che sembrano dimenticati e la valorizza attraverso la propria passione.

 
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Una storia di paese a 28 millimetri

Una storia di paese a 28 millimetri

Qualche volta ho provato a raccontare come un paese possa morire. 

Le pugnalate che gli uomini nel tempo possono infliggergli sono tante e di diverso tipo.
In questi giorni penso a come sia forte l’odore del sole d’estate impregnato alle finestre con i vetri rotti in qualche via abbandonata dei nostri rioni antichi, o a come la sua luce intensa si stenda su molte delle pietre usurpate da mani violente.
Penso pure a tutta la polvere che si è accumulata sulla memoria dei nostri Padri, quando sfoglio le pagine della Fisica Appula di Manicone o quelle de La figlia di Maso di Maselli.
Abbiamo preferito il cemento, siamo stati vinti dalle tarme e dalla muffa, abbiamo abbandonato i pastori, non sentiamo più il rumore degli zoccoli dei muli. 

Ma la bellezza non ci ha ancora abbandonati, non è scappata per sempre. 
È lì. Si è fatta piccola piccola, a tratti anche millimetrica, ma c’è. 
La puoi ancora toccare, puoi girarle intorno, puoi vederla ancora diroccata in una piana, puoi sentirne l’odore, puoi anche vederla camminare per le strade. Con la bellezza ci puoi parlare, a volte la vedi con un grembiule seduta davanti all’uscio di casa, altre volte mentre impasta acqua e farina, altre mentre canta, altre ancora mentre si fa in quattro per mettere su qualcosa per tutti.
La bellezza è silenziosa. È coraggiosa. Resiste.

Ed è qui che trovo la storia di Pasquale D’Apolito che ha deciso di aprire il suo Studio fotografico alle porte del Centro Storico di Vico del Gargano, nel cuore del Parco Nazionale del Gargano.
Riesco a strappargli di bocca qualche parola, perché preferisce raccontare il tempo con la sua macchinetta che porta sempre appesa al collo, come se fosse una sua appendice naturale, e lo zainetto sulle spalle.
Pasquale ha scattato la sua prima fotografia a sei anni con la Pentax MX analogica del padre. Il suo soggetto preferito era il nonno. Non appena suo padre usciva di casa cominciava a frugare nei suoi cassetti alla ricerca delle foto migliori da collezionare. Ma quello non era solo un gioco, perché Pasquale, terminato l’ordinario corso degli studi, se ne va alla John Kaverdash di Milano e poi consegue un master in reportage alla Luz Photo Agency. Un passaggio a Palermo impegnato in un collettivo di foto giornalisti, ed eccolo qui in corso Umberto pronto a realizzare l’idea di uno studio che giorno dopo giorno prende forma e nome, quello di ‘Studio 28 millimetri’, come quello del suo obiettivo preferito, quello che per poter fare una fotografia devi essere molto vicino al soggetto, percependone ogni tratto, ogni ruga, come se un occhio guardasse un altro occhio cogliendone ogni elemento. La fotografia per Pasquale è fonte di felicità, oltre che continua ricerca e sperimentazione, si percepisce quando lo guardi scattare una foto. “Mi fa sentire vivo e utile”, mi dice.
Ecco, questa è la storia che si può leggere dietro un’insegna, una storia che nasce lontano, e che qui si è messa a scrivere un’altra pagina, orientandosi tra i millimetri di un grandangolo pronta a raccontare la nostra terra. Di fronte a chi, come Pasquale, ha deciso di mettere su “bottega” in un paese, provo profondo senso di ammirazione.

È vero, un paese può morire in diversi modi, ma è anche vero che un paese può provare a non morire.
Quali storie rendono un paese vivo? Questa storia è una di quelle.
Credo così che le storie come questa vadano raccontate, lette e sostenute; sono queste le storie che celebrano la parte migliore di noi, la parte che non si arrende, quella che crea, custodisce; così penso agli “artigiani” - nel senso più ampio e metaforico del termine - di questo territorio stretto intorno dal mare, come Francesco o Paolo giovani falegnami, Pasquale e Vincenzo con la loro tabaccheria a San Menaio, Andrea il fabbro, Maria e le sue tele, Leonardo e Martina con il loro ristorante, Ileana e l’agenzia di viaggi, e poi Grazia e la stanza del sale e altri ancora, tutti con un nome, tutti con una storia da raccontare.
Penso alle loro e alle altre storie sparse nei vicoli del Gargano, con le luci delle “botteghe” sempre accese, come dei fari in mezzo al mare, che tra mille tempeste provano a tracciare una rotta.  

Di Francesco A. P. Saggese 

By Francesco A.P. Saggese

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